Scriverò un libro per spiegare cosa sarà il mondo dopo l’ennesimo conflitto interplanetario che ha distrutto tutto, proprio tutto, ma proprio tutto e non c’è rimasto più niente. Sarà un romanzo distopico dove andrà tutto male e gli esseri umani per sopravvivere saranno alimentati da macchine che avranno finito il carburante e quindi di lì a due giorni moriranno tutti e allora il protagonista per salvarli dovrà uccidere un mostro che lo ammazzerà e… e… e… baastaaaa!
E basta con distopia, guerre, disagio sociale, droga, violenza estrema, uccisioni efferate, serial killer e chi più ne ha più ne metta! Che noia! Cosa? Volete fare gli scrittori impegnati e gli unici temi a disposizione sono questi? Beh… disimpegnatevi! Ma poi chi l’ha detto che l’impegno deve essere per forza legato a situazioni tristissime e pesantissime? Calvino ha raccontato storie divertenti senza mancare di profondità e impegno.
Vi faccio una domanda: quando immaginate il vostro romanzo triste, pieno di personaggi disagiati che soffrono e stanno male, vi divertite? Vi sentite bene con voi stessi? State davvero scrivendo quello che desiderereste oppure cercate solo di assolvere al supremo compito che vi siete imposti, ossia svelare all’umanità l’orribile realtà in cui vive? Guardate che l’umanità potrebbe esservi persino grata se evitaste di aggiungere all’orrore quotidiano di cui tutti purtroppo siamo testimoni, altro orrore che vi immaginate a bella posta.
Poi si dice che le persone non leggono più: ditemi perché dovrebbero farlo! Per continuare a star male anche nel tempo libero che dedicano alla lettura? Si può dire moltissimo, senza necessità di “avere macigni sul cuore”.