Maurizio de Giovanni racconta come anni fa, in un caffè di Napoli, avesse notato un distinto signore già in età, sorvegliato con discrezione dalla badante, preso fino alle lacrime (lacrime reali) dalla lettura di un libro. Indubbiamente ciò che stava leggendo andava a coincidere con qualcosa del proprio vissuto. Il libro era il Canzoniere di Catullo, nei cui versi il poeta riversa tormento e passione per Clodia, colei che nella trasfigurazione poetica assumerà il nome di Lesbia (“Mi chiedi, Lesbia, quanti tuoi baci / bastino per saziare la mia voglia di te. / Quanti sono i granelli di sabbia africana … / o quante stelle nella notte silente / spiano gli amori furtivi degli uomini: / questo è il numero di baci / che vuole Catullo, pazzo di te”).
La scena dell’anziano lettore, estraniato e perso nella sua commozione, sollecitò De Giovanni a rivisitare con nuovo interesse e adesione emotiva le liriche catulliane. Poi, chissà, tutto sarà stato depositato in uno di quei recessi dove gli scrittori (accumulatori compulsivi di storie e sentimenti) archiviano le cose della vita. Fino a quando è divenuto il romanzo “L’antico amore” (Mondadori), ora in libreria e presentato anche in forma di spettacolo teatrale.
Tre personaggi, tre storie di epoche diverse, attraversate (sconvolte) da un comune sentimento: l’amore, che – lo ricorda opportunamente il titolo – è antico, ma illusoriamente nuovo per come sappia accreditarsi in ogni tempo e persona: totalizzante, irruento nel fuoco del suo nascere, svogliato e irriconoscente sul finire, segnato dall’incerto confine tra dono e possesso, verità e inganno, arrendevolezza e narcisismo.
Ecco, allora, un poeta latino di oltre duemila anni fa in balìa di una passione disperante. Il suo canto giunge da molto lontano, però non suona anacronistico rispetto a un tempo più recente dove un professore universitario, ormai scaldato solo dal fervore dei suoi studi, deluso dalla vita matrimoniale, dal mondo accademico, dal disinteresse degli studenti, improvvisamente si accende per la luce che riverbera negli occhi di una studentessa.
Ed è ancora quello stesso antico canto che la badante moldava Oxana intuisce risuonare dentro il Vecchio di cui si prende cura, quando lo osserva assente e meditabondo, comunque in pace nello struggimento del ricordo.
Maurizio de Giovanni compone così un suo ‘de amore’ attraverso tre storie in cui si declina l’universalità di un sentimento senza tempo. Un sentimento bello e impossibile?
***
Non ci fosse la notte.
Ce l’avrei fatta, se non fosse esistita la notte.
Perché di notte cambia tutto.
Di giorno senti che il tempo si riempie. Incontri i parenti, gli amici: parli, ascolti, bevi. Puoi anche solo metterti ad ascoltare i rumori della strada, riconoscere le ruote dei carri che rotolano, i venditori che schiamazzano, i commercianti che protestano, i passanti che alzano la voce e si insultano, oppure ridono, ridono forte, e sempre, sullo sfondo, quello strano fruscio metallico delle monete che passano di mano in mano.
Le canzoni, le preghiere, perfino i lamenti sono rumori che riempiono le orecchie, chissà da dove vengono, ma non importa, ti distraggono, ti portano via; e se ti affacci alla finestra, puoi sceglierti qualcuno e immaginarti la sua storia, lasciare che la fantasia ti conduca a casa da lui, da lei, non ha importanza che sia uomo o donna, basta che quella figura susciti altri volti, altro accadere, magari malattie, sventure, patimenti di cui avere pietà.
Provare compassione ti distrae: hai un’anima in grado di creare il dolore degli altri, più grande del tuo, sì, lo strappi al silenzio, ed è un’emozione feroce che nella realtà non fa male a nessuno, ma che ti aiuta, aiuta te, nessun altro.
E purché sia giorno i tuoi occhi possono spaziare lontano, sulla superficie del lago o sui tetti della città. Altre terre, altri confini. Posti in cui sei stato, o di cui hai solo sentito parlare. Cibi e profumi, tessuti e piante senza nome, animali ignoti che si possono raccontare. Se hai la giusta quantità di fantasia.
E se non hai un enorme bubbone al centro della mente, che continua ad avvelenarti ogni singolo istante, naturalmente.
Ma di giorno, ecco, di giorno qualcosa puoi fare. Appena senti l’insorgere del pensiero malato, del dolore e della sofferenza, puoi alzarti di getto. Puoi vestirti e uscire, e immergerti nella vita che pulsa per strada, senza un posto dove andare, d’accordo, ma andando tuttavia in ogni posto.
Ci riesco, di giorno.
Perché di giorno la vita non ha sospensioni, non ha silenzi, a meno che tu non te li vada a cercare.
Di giorno la gente deve pensare a sopravvivere, e la sopravvivenza non conosce pause, come l’ambizione. Tutti corrono verso qualcosa, e se ti va ti puoi accodare: fingendo di conoscere anche tu l’ambizione o di non poterti sottrarre alla necessità di sopravvivere; dimenticando, almeno per le ore in cui il sole illumina e scalda, che non è vero, che non è affatto vero, che né la sopravvivenza né l’ambizione occupano un posto nel tuo cuore, che in realtà non hai alcun interesse a che il giorno successivo ti trovi vivo; fingendo che futilità come il potere o il denaro possano distrarre la tua mente dalla malattia che ti divora.
Ma almeno è giorno, ed è il tempo delle illusioni.
Basta trovarsi una taverna e sedersi a un tavolo che dà sulla strada. Che sia una taverna di quelle dove passa tanta gente, gente di ogni ceto, di quelle in cui si mischiano i linguaggi e le voci, dove il vino a buon mercato scorre con dovizia e accende l’allegria, la rabbia, tutte le passioni. Basta concentrarsi su quella gente, cogliere i pensieri che si celano dietro le parole, leggere le espressioni che scavano pieghe sui volti, inseguire i sentimenti dai quali dipendono i gesti, i passi, il destino.
Se si è abbastanza fortunati e se il luogo è sufficientemente sordido, si potrà anche veder luccicare alla luce del sole la lama di un coltello, o, più facilmente, assistere a una lite di cui non si conoscono le ragioni, le origini, la fiammata che l’ha accesa, e stare di volta in volta con l’uno o con l’altro, senza cedere alla prospettiva, finalmente, di essere giusti.
Se si è sfortunati, d’altronde, potrà accadere di cogliere uno sguardo o un sussurro di tenerezza. Si potrà vedere una donna, magari al seguito di un marito vecchio, ricco e arrogante, lanciare un’occhiata di rimpianto al giovane che serve il vino, o a un carrettiere sudato. Forse sarà solo la voglia di vivere una vita che non si ha, e allora si potrà ridere di quella prigione fatta di lusso e di servi; ma forse – e i tuoi occhi tristemente esperti non potranno fare a meno di comprendere la differenza – sarà il ricordo di un amore perduto o clandestino, che non lascia fiorire niente dietro di sé.
Ma anche in quel caso, il giorno ti verrà in aiuto. E basterà spostare l’attenzione su un vecchio scivolato sul letame, o su una donna che urla contumelie a chi l’ha truffata al mercato, per non pensare più agli altri, affetti dalla tua stessa malattia.
Fosse esistito solo un giorno perenne, fatto di luce e di ombre nettamente separate, un giorno invaso dal brulicare della vita e dal frastuono che non smette mai di produrre, io ce l’avrei fatta.
Allora non avrei sentito il montare lento del dolore mentre si avvicina il tramonto. Non avrei dovuto continuare a bere fiumi di vino per perdermi nell’oblio più lungo possibile, per allontanare il morso del pensiero, addormentare il corpo, e non soffrire più.
Non mi sarei aggrappato alla sera, e non avrei dovuto temere che fosse il preludio dell’abisso. Non mi sarei lasciato stordire dalla luce, qualsiasi luce: torce, candele, fuochi accesi alle porte delle osterie. Non mi sarei lasciato risucchiare dalla musica, dai canti, dai balli, dai falsi amici chiamati, anzi obbligati, a bere, l’oste pronto a mescere e a incassare. Non avrei ceduto, nei momenti peggiori, all’insopprimibile e inarrestabile nostalgia, che distorce la voce in un canto alto e stonato, senza curarmi delle risate e degli sfottò della precaria compagnia.
Non ci fosse la notte, ce la farei.
Ce la farei se non accadesse, come sempre, che qualche sogno di passate tenerezze arrivi a scuotermi nel letto, dove sono caduto quasi morto o dove qualche mano pietosa mi ha portato, dopo avermi ritrovato ubriaco sul selciato, nel buio della strada, davanti alla porta di qualche taverna, l’ultima aperta, l’ultima a finire il vino, l’ultima a resistere all’oscurità.
Se non dovessi ogni notte aprire gli occhi e avere dolorosa consapevolezza di me e del luogo e del tempo in cui mi trovo, e quindi con chiarezza comprendere che il sonno non verrà più a darmi pace, che il baratro che mi si spalanca davanti non è quello dell’incoscienza.
E sarà allora che mi trascinerò alla finestra. E ai miei occhi si spalancherà la notte traditrice, la notte boia, la notte assassina.
Sarà bellissima e apparentemente inoffensiva, con le sue stelle luminose cucite sul morbido tessuto nero del cielo, come diamanti falsi offerti a uno stupido ricco che vuole farsi fregare.
Sarà dolce e fresca, fintamente accogliente tra le braccia suadenti che sfiorano senza stringere.
Sarà tenera e infame, pronta a raccontare milioni di minuscole bugie che poi ricorderò una a una. Come non fossero illusori sussurri dentro quel buio traditore che confonde lo sgusciare di un ratto in un canale di scolo con il frusciare di parole d’amore scivolate fuori dalle finestre aperte.
Sarà affascinante e menzognera, capace di sciorinare i suoi inganni in maniera da attrarti inesorabilmente dentro le sue spire, dalle quali non tenterai di divincolarti perché disperatamente vorrai credere alle sue bugie, bugie meravigliose, tanto più belle di qualsiasi realtà ti sia stato dato vivere.
Così uscirò, come ogni notte, incontro alla notte, cercando di rivivere un solo momento di illusione, cercando i versi perduti di una poesia scritta da chi, per chi, letta chissà dove, e di voci di incantatrici che possano portarmi infine al naufragio.
E diventerò come ogni notte un’ombra tra le ombre. Percorrerò strade, vicoli, piazze abbandonate e mi infilerò sotto portici gremiti di miserabili, nell’acre odore delle urine e delle feci, senza limite alle perdizioni che si apriranno davanti ai miei occhi come il più terribile degli spettacoli.
Ma non avrò paura, anzi ne farò: perché i miei occhi saranno deserti di speranza, due pozzi senza fondo che brilleranno nella notte della solitudine e del disincanto.
Nel mio folle vagare incrocerò ogni sorta di belva notturna: ma nessuna oserà avvicinarsi, per il semplice motivo che quelle fiere sanno riconoscere la morte e io ne sono pieno, tanto da lasciarne traboccare il fetido odore, e destare orrore in ogni vivente.
È nella notte, la bellissima incantatrice senza anima e senza pietà, che io incontro la morte. È allora che capisco che è la vita del giorno a essere illusione, e non quel buio, quell’infido silenzio che mi circonda, così simile a quello che sento dentro, così profondo e alieno ma così consueto e familiare.
Io ce l’avrei fatta a sopravvivere, non ci fosse stata la notte.
Ce l’avrei fatta, non ci fossi stata tu.
[da L’antico amore di Maurizio de Giovanni, Mondadori, 2025]