Sono conosciute – ma nemmeno troppo rispetto all’importanza che ebbero per la liberazione dall’occupazione nazista – come le Quattro Giornate di Napoli. Prima delle grandi città europee, tra il 27 e il 30 settembre 1943, con una coraggiosa insurrezione popolare, Napoli cacciò infatti le forze della Wehrmacht, così che il 1° ottobre gli Alleati trovarono la città già libera dai tedeschi. Libera ma completamente devastata, con una popolazione ridotta a miseria, fame e sete.
È questo il contesto storico da cui Erica Cassano, al suo esordio letterario, ha preso le mosse per il romanzo “La grande sete” (Garzanti), dove una vicenda familiare (l’autrice ha trovato spunti reali in un diario della nonna) va a raccontarsi all’interno di un potente affresco d’epoca.
Siamo dunque a Napoli nel 1943, in quelle drammatiche quattro giornate che qualcuno ebbe a chiamare anche i giorni della Grande Sete, poiché l’acquedotto era andato distrutto dai bombardamenti e per dissetarsi si andava a prendere l’acqua in mare dissalandola con un rudimentale e fetido sistema di bollitura. Quasi miracolosamente, nel mezzanino in cui vive Anna (voce narrante) l’acqua continua a uscire dai rubinetti. Dinanzi a quella Casa del Miracolo sfilano continuamente donne a chiedere quanto basti per dissetarsi un poco.
Ben altra è però la sete che brucia dentro la giovane Anna: vent’anni, sete di vita, emancipazione culturale, riscatto. Si ritroverà, peraltro, ad essere l’unico punto di riferimento della famiglia, che a Napoli era giunta da Genova quasi in una sorta di esilio causato dall’impegno antifascista del padre Enrico, ferroviere. Ora lui, che mai ha cessato la sua attività contro il regime, è scomparso; la madre si è chiusa in un rabbioso sconforto, la sorella e il nipote sono ammalati, il cognato lo si pensa partito per la guerra.
Appena ad Anna si presenta l’opportunità di una occupazione la coglie al balzo. Con le poche nozioni di inglese imparato da autodidatta su un vecchio libro, sfidando pregiudizi e malignità, va a lavorare come segretaria alla base americana di Bagnoli. E qui le si rivela un mondo che ulteriormente accende la sua voglia di affrancamento. Il pressoché coetaneo Kenneth, con il quale nasce un’affettuosa amicizia, vorrebbe addirittura portarla con sé in Oklahoma.
Il romanzo procede così alternando interni di famiglia a scene collettive, crudezze ad emozioni, vedute d’insieme a punti di vista singoli. Per la sua emancipazione Anna comunque non sceglierà la via più semplice. La libertà, come ha insegnato la guerra, va conquistata in prima persona. Perciò non si scappa, ma si lotta contro tutto ciò che quella libertà ostacola e mortifica. Questo sceglie Anna, ancorché mai arresa nel voler soddisfare la grande sete di vita e di riscatto che le brucia dentro.
***
Erano le settimane della Grande Sete.
I tedeschi avevano fatto saltare l’acquedotto del Serino, le riserve si erano prosciugate e, dalla fine di agosto, la città era a secco. Sulla spiaggia di Chiaia qualcuno aveva costruito certi marchingegni che servivano a dissalare l’acqua del mare, fatti con bidoni di latta e pentoloni di rame riscaldati con il carbone. Non erano diversi da quelli che le donne del vicolo piazzavano sulle soglie dei bassi, per cucinare su piccoli fornelli a gas quello che riuscivano a comprare al mercato di corso Vittorio Emanuele. Nei pentoloni che punteggiavano la spiaggia, però, bolliva l’acqua del mare che, una volta filtrata, riempiva goccia a goccia i secchi, le bottiglie e le pentole degli Assetati.
L’aria era densa, irrespirabile per il tanfo, i fuochi che crepitavano nei bracieri rendevano il caldo ancora più insopportabile. Mi si era infilata, odiosa, della sabbia nei sandali. Battevo a terra i piedi per provare a toglierla, senza riuscirci, anzi, facendone entrare ancora di più. Abbassarmi per levare i granelli sarebbe stato impossibile, premuta com’ero tra gli Assetati che si accalcavano e spingevano. Certi stavano già accanto al fuoco, curvi, le mani aggrappate alle ginocchia. Smuovevano le fiamme per ravvivarle e si levavano il sudore dalla fronte col dorso della mano. Dalle loro gole secche uscivano raffiche di mannaccia. Mannaccia al patatucco e al padreterno, mannaccia ai germanesi, mannaccia a qualsiasi cosa, e intanto scendevano fino alla riva, dove la risacca riempiva i contenitori. Poi tornavano indietro e a turno li svuotavano in uno dei pentoloni. «Mannaccia al patatucco!» «Mannaccia al padreterno!» «Mannaccia ai germanesi!» gridavano, ma sembrava che i loro secchi restassero sempre vuoti e, anche quando riuscivano a riempirli, quella non era acqua, ma un liquido torbido che mandava un fetore di pesce marcio.
Era stato mio padre a mandarmi sulla spiaggia insieme al suo amico, Giacomo Pittamiglio, e a Catena, la ragazza che viveva insieme a lui. Finché non se ne andavano loro, non potevo andarmene nemmeno io, anche se avrei voluto levarmi subito da quella folla e tornare a casa ad aspettare la pace che l’armistizio di due settimane prima sembrava averci promesso.
L’Italia aveva riconosciuto l’impossibilità di continuare la guerra. Resa, però, non aveva significato pace. I tedeschi si erano chiusi dentro la città come dentro a una fortezza ed era incominciato un nuovo inferno. I bombardamenti si erano fatti ancora più frequenti, la schiena mi faceva male per le notti che avevo passato sveglia, appoggiata a una parete della Galleria, il rifugio antiaereo più vicino, quello in cui ci recavamo in caso di allarme. In più, la Grande Sete non accennava a finire.
Mi tappai il naso per non respirare i vapori puzzolenti, ma non si sfuggiva a quell’odore pesante. Rinunciai, provai a concentrarmi sulle persone intorno a me. Le donne si stringevano addosso bottiglie, pentole e secchi, e si guardavano intorno con una paura gelosa di venir derubate del loro niente. I bambini scorrazzavano mezzi nudi, quasi tutti senza le scarpe. Allungavano le mani verso il fuoco come per afferrare le fiamme, e, per non farli correre al mare, le madri dovevano tenerli per i polsi. Per loro stare là era un gioco e quel caldo insopportabile era solo il segnale di un’estate che si prolungava. Provai anch’io a immaginare la spiaggia di Chiaia nel pieno della stagione di villeggiatura. Probabilmente avrei visto le donne che friggevano paste di acqua e farina ai banchetti sul lungomare, i larghi cappelli bianchi delle ragazze che facevano avanti e indietro sulla riva, le persone stese sulla scogliera a prendere il sole. Ma ero arrivata a Napoli che la guerra era già incominciata. Invidiai i bambini: io, la spiaggia di Chiaia, non l’avevo mai vista felice. I marchingegni, gli Assetati, la puzza, erano l’unica realtà che conoscevo. La luce del pomeriggio faceva risplendere i cumuli di rovine in fondo alla spiaggia, sopra cui passeggiavano i gabbiani che, di tanto in tanto, infilavano il becco tra le macerie, sperando di trovarci in mezzo qualche cadavere da spolpare. Poco distante c’erano i tedeschi, fermi con le loro armi nere. Seguivano con gli occhi i disgraziati che facevano su e giù dalla battigia, oppure giravano tra la gente, imbracciando fucili e mitragliette ogni volta che dal disordine nascevano risse.
La faccia di un’Assetata emerse violenta dalla nebbia. Aveva un solo dente, che appariva e scompariva tra le labbra in cui si aprivano fessure rosse di sangue. Al petto stringeva una damigiana, enorme contro il suo corpo magro. Mi alitò addosso: «Ti sei rubata il mio posto, stai qua e non tieni manco il secchio, vattene, vattene!». Sentii l’intestino annodarsi, un bisogno improvviso di accovacciarmi, ma non mi mossi.
Aveva capito che ero lì a fingere di avere sete? Mi avrebbe presa per i capelli e tenuta con la testa sott’acqua finché non fossi morta? Fu un pensiero che durò solo un attimo; Catena, che era lì con me in mezzo alla folla, mi afferrò per un braccio e mi attirò a sé con forza, come se fossi una delle pecore del suo gregge in Calabria. La faccia dell’Assetata, però, continuò a inseguirmi, a urlarmi che dovevo andare via, fino a che non tornò Pittamiglio, che era andato a riva a riempire i nostri recipienti. Aveva promesso a mio padre che non mi sarebbe successo nulla, sulla spiaggia. Mise subito giù i secchi, spinse via la donna e le gridò: «Lo tiene il secchio, vattene tu, vattene! Tiene bisogno quanto te». Solo a quel punto l’Assetata se ne andò. Sentimmo ancora per un po’ la sua voce che gridava: «Non tengono manco il secchio, e stanno qua a rubare il posto a chi tiene bisogno».
Alla fine, uno sparo la mise a tacere. S’afflosciò sulla sabbia come un panno che si stacca dal filo. Subito si formò una siepe di gente intorno a lei. Gli Assetati erano pronti a contendersi la sua veste, i sandali marci, la damigiana. «Non ti impressionare, fai finta che hanno scannato il porco», mi disse Catena, che ancora mi teneva stretta e sentiva quanto tremavo. Ritrassi il braccio mentre distoglievo lo sguardo.
Ci vollero altre due ore per guadagnare un mezzo secchio di liquido maleodorante e tornare a casa. Pittamiglio precedette me e Catena nella penombra verdognola del vicolo che dal lungomare portava fino al palazzo, tra la gente seduta sulla soglia dei bassi che in silenzio ci guardava sfilare e i cani randagi accucciati a sonnecchiare tra una porta e l’altra. Sperai che nessuno dei condomini mi vedesse con Catena e Pittamiglio, ora che eravamo fuori dalla folla. Erano concubini e, per questo, tutti dicevano che erano sporchi. Solo mio padre li difendeva, visto che Pittamiglio era l’amico più caro che avesse.