«Uccidimi!»
«Cosa?»
«u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!»
«Ma cazzo dici?»
«Zitto!»
Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a
seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle.
Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un
parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per
proteggerla.
Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato
opposto della strada.
«Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere
trasparente, ma le riaprì subito.
«Ma cosa?», chiesi.
«Non deve vedermi!»
La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo
squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della
sua ansia.
Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano
nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era
più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto,
come se la mostrasse al mondo.
Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava
essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale
aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i
capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul
seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come
quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei
Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.
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