Introduzione e a cura di Marco Marchi
Il podere comincia laddove i "Ricordi di un impiegato" – soprattutto nella loro primissima redazione, in cui chi è ammalato e presumibilmente morirà è il padre del protagonista – finiscono. Ma alla puntualità di una prosecuzione cronologico-biografica rispecchiata dalla scrittura, giunta alla prova dirimente della scomparsa del padre e al tema ereditario ad essa connesso, fa in realtà riscontro il senza-tempo di una storia segreta, protratta da sempre, radicata nel “profondo”: un rapporto – quello tra padre e figlio – esistenzialmente fondante, che è il tema privilegiato e ineludibile attorno al quale ruota l’intera opera di Tozzi, modernamente tesa a coglierne le più sensibili articolazioni ed implicazioni. Dominano così nel Podere, in un’affascinante narrazione che è tutt’altro che il naturalistico evolversi di vicende legate a contrastate eredità e minacciati diritti, le imprevedibilità soggioganti dei «misteriosi atti nostri»: quegli atti legati a insindacabili pulsioni inconsce che altrove Tozzi definisce, sostenuto da un’ampia cultura psicologica pervenuta persino a informazioni di tipo freudiano, «movimenti determinati da cause ignote».