14/06/2010
Potevano esserci un metro e mezzo di neve per Hanukkah o i viottoli scivolosi inzaccherati di pioggia del periodo di Purim oppure il caldo che faceva spuntare i lamponi e sudare gli sposi nel mese di Iyar, che casca più o meno in Giugno, ma loro, i “badhanim”, quando erano chiamati arrivavano. Anzi a volte arrivavano anche quando nessuno li cercava. Perché là una celebrazione solenne, pareva meno solenne senza “badhanim”. Portavano l’allegria, la speranza e il sogno delle favole. E i matrimoni, che di gioia e serenità si nutrono, erano ovviamente il loro pane quotidiano. Per tutto il medioevo ebraico ogni festa di ogni microscopico paesino, ogni ricorrenza di ogni infinitesimale shtetl, ogni bell’amore unito in matrimonio era allietato dalla presenza di queste meravigliose creature. Che attraversavano l’Europa in lungo e in largo, dalla Valle del Reno alla Boemia, dalla Russia alla Polonia, dal Golfo di Botnia alla Lituania, alla Bielorussia, all’Ucraina. Ovunque si parlasse lo Yiddish e si augurasse un Mazal Tov, il tipico auspicio nuziale, li c’era bisogno di un “badhan”, che in ebraico vuol dire intrattenitore. E più erano numerosi e più che il matrimonio dimostrava una dote importante e in quei momenti di gioia un po’ di ostentazione faceva parte del gioco anche nel Medioevo. Nessuno suonava l’organetto meglio dei “badhanim” e nessuno sapeva solleticare il cuore come l’archetto del violino di questi musici. Menestrelli e giocolieri professionisti, ma anche cantautori colti e grandi affabulatori. Eredi di un antico folclore giullaresco che si incrocia con la tradizione rabbinica del racconto. Anche di quello sacro. Il rabbino Elia Ben Isaac di Carcassonne, nei suoi scritti della prima metà del tredicesimo secolo, riporta le avventure e le azioni di questi “trovatori” con lo zucchetto e ne cita la capacità di intrecciare argomenti religiosi con temi terreni e di raccontare i passi dei testi sacri come se fossero degli aneddoti fiabeschi. Anche la lirica e il gioco letterario basato sulle rime è parte del patrimonio dei “badhanim” che non manca mai neppure nei momenti di maggiore solennità celebrativa.
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